
TITOLO: Chiara
AUTORE: Antonella Lattanzi
GENERE: Narrativa contemporanea
EDITORE: Einaudi
DATA DI PUBBLICAZIONE: 28 ottobre 2025
PAGINE: 170
CODICE: 9788806265083
GIUDIZIO: ★ ★ ★ ☆ ☆
Una mazzata bella assestata al mito della famiglia come porto sicuro o un panegirico alla quintessenza dell’amicizia, quella che nasce dal nulla e in un batter d’occhio ci si ritrova ad essere un “noi”? Non sapendo bene decidere quale delle due possa prevalere in questo romanzo di Antonella Lattanzi, lascio a chi mi legge qualche spunto che lo inviti a sfogliarlo. Magari sarete arbitri più risoluti di me.
Chiara racconta del legame che tiene unite fin dalle elementari due bambine baresi: Marianna, dalla cui voce ascoltiamo le vicende, e la sua amica che dà il nome al romanzo. La loro è un’amicizia come tante: nasce sui banchi di scuola, condividendo la merenda e qualche parola d’imbarazzo, eppure non significa che non sia nulla di speciale. Sono diversissime, Marianna e Chiara: per aspetto, comportamento, carattere e per provenienza famigliare, tuttavia sentono un’attrazione l’una per l’altra che – già lo sanno – le porterà a condividere svariati anni della loro vita in cui il tempo speso separate sarà solo un’eccezione.
Che cosa le tiene unite? Tante cose, ma una sopra a tutte: il Terrore. E cos’è il Terrore? La cosa più innaturale, eppure reale. Non qualcosa di estraneo e irriconoscibile, anzi. Il terrore puro è il male che infligge chi normalmente dovrebbe proteggerti, e – ancor peggio – non esiste riparo o nascondiglio se condivide il tuo stesso tetto. Non aggiungo altro, se non poche, indicative parole delle due bambine: «Ti devo dire p-però, […] che mio p-padre non è proprio come tutti i p-padri.» […] «Nemmeno il mio».
Soprattutto nella prima metà del romanzo, la paura è una matrigna dura e implacabile che domina incontrastata nella vita dei personaggi principali. Marianna e Chiara hanno appreso molto da lei; in primis che nulla si può contro di essa: non si può combatterla, figuriamoci vincerla. Si gioca solo sulla difensiva: hanno capito come cogliere il minimo segnale di pericolo, imparato a destreggiarsi abilmente per non far detonare la bomba o quanto meno per non essere annientate dall’esplosione, a nascondersi fino a quando il peggio non è passato, e soprattutto a resistere e sopprimere le emozioni per non lasciarsi catturare per sempre dai mostri.
L’autrice ha saputo comunicare bene la lingua della paura domestica, ma sarebbe più corretto il termine “linguaggio” perché in questi casi la paura si serve più di gesti e sensazioni che di parole. Più che sentirla, Marianna e Chiara la avvertono, come se il loro corpo fosse dotato di un organo aggiuntivo deputato alla percezione di energie negative che presagiscono l’arrivo di un uragano. La tensione nell’aria che diventa opprimente, i sussulti e gli attorcigliamenti del corpo da celare sotto una maschera di cera (altrimenti la situazione può solo peggiorare), il vivere sempre sul chi va là; tutto questo rende Chiara una trasposizione narrativa ben riuscita della famigerata “modalità sopravvivenza”.
È questo pericolo costantemente incombente a rendere l’amicizia tra Marianna e Chiara così solida e speciale: non sono semplici coetanee che si limitano a passare qualche pomeriggio insieme in armonia; conoscendo bene lo stesso dolore sono diventate l’una il sostegno dell’altra. Entrambe conoscono il linguaggio della paura, intuiscono i segnali e si comportano di conseguenza, spalleggiandosi a vicenda quando la situazione lo richiede. Sole, si proteggono l’un l’altra da chi invece avrebbe dovuto farlo.
Verrebbe da chiedersi se sia intrinsecamente positivo che la paura sia un cemento migliore dell’amore.
Ma l’amore non manca in questa amicizia: Marianna e Chiara sono legate da qualcosa che va ben oltre alla paura, non potrebbero mai immaginarsi senza l’altra. Persino quando litigano lo fanno per amore della rispettiva controparte, come se l’una sentisse in sé l’amor proprio dell’altra.
Tuttavia, la loro vicinanza assume spesso tratti morbosi, indicatori di una dipendenza affettiva piuttosto che di un amore disinteressato: «Il problema è che tu ami quelli che ti amano. Non ami mai per scelta tua. […] Tu mendichi.». Che tutto questo voglia significare che le emozioni possono essere incomprensibili anche per chi le prova? O che spesso siamo troppo “pigri” per sondarle o timorosi dei risultati di un’autoanalisi? Sinceramente non so rispondere; per tutto il libro Marianna insiste sul fatto che la sua amica Chiara sia un enigma indecifrabile, personalmente quella che davvero ho fatto fatica a comprendere è stata proprio la narratrice, che ho trovato incostante, erratica, istigatrice e irresponsabile nonostante il suo vissuto.
Al di là di giudizi personali, dal rapporto tra Marianna e Chiara si può trarre che la vera amicizia unisce al di là delle differenze, tanto nei momenti migliori quanto in quelli più bui, rende impossibile una scissione, e si manifesta soprattutto in chi resta… o in chi in fondo non ha mai voluto andarsene.
Detto questo, Chiara è un buon romanzo? Anche in questo caso posso dire: “per fortuna che non sono un giudice”; le sentenze mi pesano, e i “sì” e i “no” secchi a qualsiasi domanda mi sono sempre sembrati semplicistici e riduttivi.
Sul piano strutturale sono rimasto soddisfatto dell’esperienza. L’autrice non ha scelto una narrazione completamente lineare, ma frammentata e con salti avanti e indietro nel tempo. Si potrebbe pensare che questo generi confusione nel lettore (e così in parte è), ma si tratta di una confusione che non disorienta e che assume senso man mano che si prosegue nella lettura, quando si cominciano a mettere insieme i pezzi.
Quanto alle vicende narrate, la scrittura che miscela candida sincerità e onestà brutale funge da ornamento a un insieme di idee base già viste: violenza domestica in famiglie del Meridione, il dualismo oppositivo-attrattivo tra le due protagoniste in stile L’Amica Geniale, teenagers trasgressive e problematiche in crisi ormonale come se fossero uscite da un programma di MTV (sempre che esista ancora chi sappia di cosa sto parlando).
Non si tratta, però, di un romanzo da bocciare, altrimenti non avrebbe senso il mio invito iniziale a leggerlo. Probabilmente non finirà nei manuali di letteratura, ma tra le mani di un lettore un po’ drammatico certamente non sfigurerà. Lo eviterei come regalo per la festa del papà.

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