
TITOLO: Il Mago delle parole
AUTORE: Giuseppe Antonelli
GENERE: Saggio narrativo
EDITORE: Einaudi
DATA DI PUBBLICAZIONE: 14 gennaio 2025
PAGINE: 194
CODICE ISBN: 9788806256852
GIUDIZIO: ★★☆☆☆
Sapevate che il professor John Keating dell’Attimo fuggente, dopo essere stato allontanato dal collegio di Welton, si trasferì in Italia, dove ebbe un figlio che seguì le sue orme? Questa, ovviamente, è una sonora baggianata, ma ora che ho catturato la vostra attenzione posso parlarvi del Mago delle parole.
Un mago vero? No, non si tratta di un fantasy. Infatti non ci troviamo ad Hogwarts ma in una normalissima scuola di Roma, nella quale una classe fa conoscenza con il nuovo professore di grammatica. Questi è una figura alquanto strana: «Aveva i capelli pettinati tutti precisi, con la riga da una parte. Giacca nera, pantaloni neri, cravatta sottile sulla camicia bianca. Neanche stesse andando a un matrimonio.». Ancor più bizzarri sono i suoi atteggiamenti, e anche la sua condotta da professore è parecchio fuori dagli schemi. Proprio per questo riesce a conquistare i suoi alunni, incuriositi da quest’uomo «azzimato» e rapiti dalle sue lezioni che somigliano più a delle chiacchierate filosofiche.
È, dunque lui, questo John Keating Jr. il protagonista di questo romanzo? No, per diverse ragioni, ma la principale sta nel fatto che non esiste una risposta giusta a una domanda sbagliata. Infatti, il Mago delle parole non è un romanzo, ma un saggio. Per la precisione si tratta di un saggio narrativo, ovvero un testo in cui l’argomento principe è esposto attraverso una narrazione, non tanto di una storia in senso stretto, ma di un contesto in cui i personaggi interagiscono tra di loro.
L’argomento in questione è uno strumento che tutti utilizziamo quotidianamente e talmente in continuazione da dare per scontato il suo funzionamento e la sua complessità: la lingua.
Il libro è una finestra su un mondo in cui viviamo giorno per giorno ma di cui sperimentiamo solo lo stretto indispensabile. Questo accade in parte perché la lingua cambia aspetto e regole continuamente, ma soprattutto perché la nostra pigrizia ci induce ad utilizzare questo strumento al minimo necessario, quanto basta per intenderci l’un l’altro. È un po’ come nuotare nell’oceano: siamo consapevoli della sua estensione e profondità, ma noi ci limitiamo a galleggiare in superficie. In questo modo, però, ci precludiamo una quantità incommensurabile di conoscenze utili, limitiamo le nostre possibilità espressive e di ragionamento a poca cosa.
Pertanto, il Mago delle parole ha il pregio di ampliare i nostri orizzonti per quanto riguarda il funzionamento, la storia, il potere, e – perché no? – anche la bellezza della lingua, e di riuscirci attraverso un tono leggero e giocoso, distante dalla freddezza accademica, ma per nulla impreciso e tutto fuorché dilettantesco.
Passiamo ora agli aspetti che mi hanno fatto storcere il naso.
La quantità di curiosità e di cose interessanti che è possibile apprendere leggendo il saggio è veramente alta e variegata (si passa da Dante a Francesco Totti) e il contesto entro cui agiscono i personaggi è molto vivace, ma ciò funge da arma a doppio taglio. Infatti, in ogni capitolo si inizia con un argomento per poi saltare verso un altro, e poi un altro e un altro ancora. Lo spostamento da un tema all’altro è repentino e innescato da un’inezia (il più delle volte una battutina di un alunno), cosa che, se da un lato riproduce in maniera verosimile un dialogo tra un professore e un’intera classe, dall’altro la sensazione provata dal lettore è che si sta saltando di palo in frasca in modo piuttosto sconnesso.
Ho trovato difficile da digerire, invece, (fino all’indigestione) le numerose freddure e i giochi di parole capaci di far cadere le braccia anche a un mutilato. Non ho nulla contro le facezie – anzi, nella vita il pagliaccio mi riesce benissimo -, ma in questo contesto le ho trovate fuori luogo come un sonoro peto durante un funerale, e alcune erano davvero pessime. Esempio: «[…] ma perché quando parli di calcio sei sempre così nitido, preciso, impeccabile?
Perché il calcio è il calcio, prof!
E io che pensavo fosse un minerale».
Chiunque sentirebbe il suono di un coro di grilli imbarazzati.
A conti fatti, però, non mi sembra un libro da stroncare, e al tempo stesso difficile da consigliare a chiunque o con leggerezza. L’atmosfera frizzante della classe – quando non diventa eccessivamente esuberante – aiuta a digerire i concetti linguistici più complessi. La lettura porta senz’altro a un arricchimento della comprensione della lingua, e tutti avrebbero voluto un professore come quello presente nel libro (un tipo originale, certo; tutt’altro che originale, invece, il personaggio: una copia carbone del sopramenzionato John Keating).
Lo definirei un libro bilanciato, nel senso che pregi e difetti si compensano a vicenda convergendo verso un giudizio complessivo neutrale: “sanza infamia e sanza lodo”, ma assolutamente non ignavo.

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