
AUTORE: Sarban (pseudonimo di John William Wall)
TITOLO: Il richiamo del corno
TRADUZIONE DI: Roberto Calajanni
GENERE: Horror
CASA EDITRICE: Adelphi
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2015
PAGINE: 174
CODICE ISBN: 978-88-459-3726-2
GIUDIZIO: ★ ★ ★ ★ ★
«È il terrore che è indescrivibile».
«Terrore? Quale terrore?».
«Voglio dire…il terrore che si prova ad essere cacciati: è questo che è indescrivibile, è per questo che non ci sono parole».
Sono le prime poche frasi che Alan Querdilion pronuncia durante una cena tra amici, ma questi preferiscono non approfondire. Alan, infatti, non è più lo stesso da quando la guerra è finita. Ufficiale della Marina britannica, nel 1941 viene deportato nel campo di prigionia Oflag XXIX Z, nella Germania orientale. Nessuno tra coloro che lo conoscono sa cosa sia veramente accaduto in quel campo, finché quella stessa sera, in una piccola stanza illuminata solo dal fuoco di un camino, Alan decide di aprirsi col suo migliore amico, raccontandogli tutto ciò che riesce a ricordare.
«Prima di iniziare voglio che tu sappia che si tratta di una favola; solo di una favola, capisci, che ti racconto perché penso possa interessarti. Non ti chiedo di ascoltarmi per farmi dire cosa c’è che non va: lo so perfettamente da me e nessuno può farci niente».
Una notte, Alan riesce a scappare dal campo. Vaga per lunghi giorni nelle lande più o meno desolate della Germania orientale senza un obiettivo preciso, ma cercando di non farsi scoprire da qualcuno che potrebbe allertare le autorità naziste. Sfinito, sotto i raggi pallidi della Luna, una notte scorge in lontananza uno strano bagliore. Incuriosito, seppure allo stremo delle forze, si avvicina a quell’inspiegabile baluginio, quando una potente scarica elettrica lo tramortisce.
Si risveglia nell’ambiente asettico e perfettamente pulito di un ospedale, dove due infermiere lo assistono giorno e notte, ignorando le domande di Alan su dove si trovi esattamente. Perché nessuno, in quanto fuggitivo, lo ha riportato al campo? Le risposte arriveranno dallo strano dottore che gestisce la clinica dove Alan è ricoverato e non saranno quelle che il protagonista si sarebbe aspettato di sentire.
«Allora,» disse «le piace il mio cronometro? Che cos’è che la lascia perplesso?».
Indicai il piccolo 102.
«Ach, ja» disse. «C’è anche l’anno. Alquanto superfluo, direi».
Gettò indietro la testa e scoppiò in una fragorosa risata; poi si scusò con esagerata cortesia.
«Ahimè, è difficile accordarsi quando due persone vivono contemporaneamente in due secoli diversi. Mi perdoni, devo informarla – naturalmente solo per comodità – che io aderisco alla convenzione secondo la quale noi viviamo nell’anno centoduesimo del primo millennio germanico, come stabilito dal nostro primo Führer e immortale Spirito del Germanesimo, Adolf Hitler».
Alan si è inspiegabilmente risvegliato in una realtà terrificante, passando da un incubo a un altro: i nazisti hanno vinto la guerra e dominano apparentemente incontrastati il mondo da più di un secolo.
Eppure, non è solo questo a farlo tremare nelle notti di degenza presso la clinica: qualcosa di orribile si aggira nella foresta che circonda il piccolo ospedale, qualcosa che viene annunciato dall’imperioso suono di un corno, un suono selvaggio, quasi un preludio a una guerra o, ancora peggio, a una caccia.
«Sembrava che il corno vagabondasse per i boschi battendoli avanti e indietro, lanciando il suo richiamo come alla ricerca di qualcosa, talvolta con incalzante ferocia, talvolta con una lunga e trattenuta nota di sconfitta».
Durante la lettura, di fretta, ho lasciato un appunto a matita: “un’immagine passata del futuro”. Mi ero ripromesso di spiegare meglio questo concetto buttato là una volta che avrei scritto questo articolo. Mi rendo conto adesso, però, di quanto ancora mi risulti complicato esplicarlo.
L’ucronia immaginata da Sarban, pseudonimo dello scrittore britannico John William Wall, sorprende, infatti, innanzitutto nel descrivere una realtà che non ha nulla di quello che di solito ci si immagina pensando a un futuro lontano, anche solo in termini di avanzamento tecnologico. Piuttosto, lo scenario in cui viene catapultato il protagonista sembra aver fatto un passo indietro di un millennio: ci troviamo di fronte, infatti, a un’ambientazione di ispirazione medievale, addirittura quasi fiabesca, con tanto di case “scavate” nei tronchi di alberi giganteschi e in perfetta armonia con la natura, come ci si aspetterebbe da un villaggio di fate più che da un mondo dominato dai nazisti. Senza contare il classico castello gotico in cima alla collina, residenza di quello che dovrebbe essere un importante gerarca, ma che a tutti gli effetti ha le caratteristiche dell’orco delle favole.
In questo, credo, risiede tutta l’originalità di un titolo che, purtroppo, è rimasto a lungo (e forse ancora) in sordina.
Forse poi, l’orrore deriva proprio da questo: un mondo luminoso, quasi fatato nella sua meravigliosa natura estiva, eppure inquinato dal male, da giochi sadici e torture indicibili per il puro divertimento di aguzzini annoiati.
«Ma non ti puniscono per essere fuggito – dopotutto è questo che vogliono. Per loro non c’è divertimento se ti arrendi».
Il terrore poi, l’inquietudine, scaturisce anche dal tentativo di ridurre uomini in bestie, dalla perversione di “forzare la natura”, di piegarla al proprio volere, ad esempio attraverso interventi chirurgici, al fine di rendere naturale ciò che di naturale non ha niente: una simulazione insomma. In questo, infine, sta la perversione: giocare a fare Dio, cercare di imitare il processo naturale di creazione, solo per produrre dei mostri.
Un buon racconto dell’orrore, secondo me, è fatto di contrasti, di elementi giusti nei posti e nei momenti sbagliati, di attrazione in ciò che è ripugnante. In questo senso Il richiamo del corno è un racconto dell’orrore quasi perfetto.
Il ritmo, oltretutto, è incalzante, lo stile estremamente coinvolgente.
Insomma, se amate il genere, cosa aspettate a leggerlo?
«Stavamo lì, proprio come voleva il nostro folle cacciatore: ridotti dal terrore del suo corno ad animali impauriti, rannicchiati nella boscaglia, pateticamente illusi di poter fuggire».

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