
TITOLO: Io che non ho conosciuto gli uomini
AUTRICE: Jacqueline Harpman
TRADUZIONE: Sara Clamor
GENERE: Narrativa contemporanea, distopia
EDIZIONE: Blackie
PUBBLICAZIONE: 1994 (originale) 2024 (Italia)
PAGINE: 175
CODICE ISBN: 9788831321860
GIUDIZIO: ★ ★ ★ ★ ☆
Quaranta donne sono recluse all’interno di una prigione sotterranea e costantemente vigilate da guardie mute come sfingi, le quali impediscono loro (a suon di precisissimi colpi di frusta) anche solo di toccarsi o di tradire emozioni intense. Nessuna di loro sa come sono giunte lì, né per quale motivo sono imprigionate, hanno smesso di chiederselo molto tempo fa.
Aggiungere altro a questo scenario alienante vorrebbe dire rivelare troppo di un libro in cui l’assurdità è il tratto distintivo. Basti solo dire che tutte queste informazioni il lettore le ricava dalla protagonista e voce narrante: una giovane ragazza senza nome, l’ultima arrivata nella compagine di prigioniere, che non ha alcuna nozione del mondo esterno.
È veramente frustrante non poter dire altro della trama di Io che non ho conosciuto gli uomini, perché risulta arduo e limitante cercare di spiegare il senso di assurdità che trasuda da questo romanzo.
È un libro difficile da metabolizzare e da spiegare, come difficile sarebbe descrivere un nuovo colore mai apparso prima. La lettura procede come un conflitto insolubile: le pagine si divorano per l’avidità di sapere, eppure non ci è concesso alcun appagamento. Per ogni interrogativo risolto, altri cento restano senza risposta, muti anch’essi come i carcerieri sopra menzionati. E allora il cervello si mette in moto, invaso da un turbinio di teorie che tentano goffamente di trovare un senso in questo strano libro; i pensieri si accalcano, inciampano, si smarriscono, ma non cessano di esistere.
Troppo surreale da collocare su un qualche piano materiale, ci si sposta allora verso quello metaforico. Il romanzo è chiaramente un’allegoria. Ma di che cosa? Della depressione? Della libertà? Della vita umana sulla Terra? Non aspettatevi risposte, perché questo libro non ve ne darà.
E dunque, se, per quanto si insista, non si otterrà mai una risposta, ha senso porsi domande? Secondo “la piccola”, ovvero il nomignolo affibbiato alla protagonista, è fondamentale. Domandare serve a sapere. E a cosa serve sapere? «Sapere serve a sapere! […] Voglio sapere tutto ciò che c’è da sapere, giusto per, per il semplice piacere di saperlo, […] anche se non dovesse mai servirmi a nulla».
Impossibile non empatizzare con questo slancio umano della voce narrante, lei che per tutto il romanzo di umano sembra aver davvero poco. «Io non sono come voi» è la frase che meglio la definisce, una definizione che avviene per negazione, rendendo “la piccola” un personaggio a dir poco enigmatico.
Non vi nascondo che nel calderone dei miei pensieri si sono avvicendate le teorie più varie per scovare la chiave di lettura del libro. Più facile sarebbe stato andare in cerca del Graal. Ogni ipotesi si rivelava parziale, inconcludente, sgangherata. Nulla sembrava avere senso in questo romanzo, così fertile di domande quanto sterile di risposte. È uno di quei romanzi in cui ogni interpretazione può essere valida perché mai potrà essere confermata o negata. Ne consegue un senso di smarrimento, di sospensione, di insensatezza.
Ma forse è proprio questo il punto: si può dare un senso a ciò che non ne ha?
“Sì!”. Ma mentireste a voi stessi, trasfigurando la realtà in qualcosa di più familiare.
“Forse”. E girereste in tondo all’infinito, in una ricerca senza speranza.
“No!”. Riconoscete l’insensatezza, ma riuscireste ad accettarla e conviverci serenamente?
Io che non ho conosciuto gli uomini è una trappola, non vedo altro modo di definirlo. Assurdo e senza senso, ma suadente e sfuggente; e sicuramente spietato. Tentare di capirlo significa aver abboccato all’amo, e a quel punto è già troppo tardi per rendersene conto. Nelle mie considerazioni mi piace pensare che l’autrice, scomparsa pochi anni fa, se la rida sotto i baffi mentre un nugolo di persone si affanna a trovare un senso a un libro che potrebbe anche non averlo. Anch’io sono vittima del raggiro, queste mie elucubrazioni (o deliri?) ne sono la prova. Ma è proprio questo che mi spinge a consigliarlo.
Appoggiatemi. Contradditemi. Dite la vostra. Cadete nella trappola.

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